Personagens: uma novela de Luigi Pirandello


Luigi Pirandello (Itália, 1867-1936) foi um escritor, dramaturgo e poeta, premiado em 1934 com o prêmio Nobel de Literatura. Embora demonstrasse algum apreço pelos ideais nacionalistas-fascistas de Mussolini, Pirandello declarava que se considerava um sujeito apolítico.


Na obra de Pirandello, destacam-se a dramaturgia e as novelas (e, aqui, talvez caiba a ressalva sobre a forma literária novela: uma narrativa cuja extensão é maior do que um conto e menor do que um romance, geralmente estruturada de modo linear sem estar centrada, necessariamente, em um clímax). Empregando o humor e a comicidade, Luigi Pirandello se opôs à estética realista / naturalista, produzindo uma obra que revolucionou as perspectivas e debates sobre a arte cênica.

A partir da inserção do teatro no teatro – o metateatro – Pirandello articulou tensões entre a essência e a aparência, o original e a cópia, a realidade e a representação, a vida e a ficção. Como um autor-Deus, Pirandello testava os limites do processo criativo e os questionamentos e contradições intrínsecas ao jogo ficcional dada a sua relação com o real – incluindo aí, também, uma gama de incertezas sobre o que se entende por real.


Sua peça mais conhecida, Seis personagens à procura de um autor (1921), deriva do desenvolvimento de uma premissa inicialmente apresentada em três novelas anteriormente escritas: “Personagens” (1906), “Tragédia de um personagem” (1911) e “Conversas com personagens” (1915). Dessas, apresentamos aqui o original em italiano e a tradução de “Personaggi” / “Personagens”, feita por Maurício Santana Dias e publicada em 40 novelas de Luigi Pirandello pela Companhia das Letras (2008, 503p.). Atualmente, a obra de Pirandello circula bem em língua portuguesa, com traduções e publicações não só de sua dramaturgia, mas de seus romances, contos e pequenas narrativas.




Personaggi


Oggi, udienza.

Ricevo dalle ore 9 alle ore 12, nel mio studio, i signori personaggi delle mie future novelle.

Certi tipi!


Non so perché tutti i malcontenti della vita tutti i traditi dalla sorte, i gabbati, i disillusi i mezzi matti debbano venire proprio da me. Se li trattassi bene, capirei. Ma li tratto spesso a modo di cani; e sanno che non sono di facile contentatura, che sono crudelmente curioso, che non mi lascio ingannare dalle apparenze né abbindolare dalle chiacchiere. Perdio, da certuni pretendo finanche prove, testimonianze e documenti. Eppure…


Ma essi hanno tutti o credono d’avere (che è lo stesso) una loro particolar miseria da far conoscere, e vengono da me a mendicare con petulanza voce e vita.


– A qual pro’? – io dico loro. – Siamo già in troppi qua, in questo mondaccio vero, a reclamare il diritto alla vita, cari miei: a una vita che forse potrebbe esser facile (vana com’è e stupidissima), ove noi con zelo accanito non ce la rendessimo sempre più difficile di giorno in giorno, complicandola maledettamente (e forse appunto per nascondere ai nostri occhi stessi la sua stupida e terribile vanità) con invenzioni e scoperte peregrine, che pure hanno la pretesa di rendercela più facile e più comoda! Voi avete la fortuna, signori miei, d’esser ombre vane. Perché volete assumer vita anche voi, a mie spese? E che vita poi? Da poveri inquilini d’un mondo più vano; mondaccio di carta, nel quale, vi assicuro, non c’è proprio sugo ad abitare. Guardate: tutto, in questo mondo di carta, è combinato, congegnato, adattato ai fini che lo scrittore, piccolo Padreterno, si propone. Mai nessuno di quei tanti ostacoli improvvisi che, nella realtà, contrariano graziosamente e limitano e deformano i caratteri degli individui e la vita. La natura senza ordine almeno apparente, irta (beata lei!) di contraddizioni, è lontanissima – credetelo – da questi minuscoli mondi artificiali, in cui tutti gli elementi, visibilmente, si tengono a vicenda e a vicenda cooperano. Vita concentrata, vita semplificata, senza realtà vera. Nella realtà vera le azioni che mettono in rilievo un carattere non si stagliano forse su un fondo di vicende ordinarie, di particolari comuni? Ebbene, gli scrittori non se n’avvalgono, come se queste vicende. questi particolari non abbiano valore e sieno inutili. L’oro, in natura, non si trova frammisto alla terra? Ebbene, gli scrittori buttano via la terra e presentano l’oro in zecchini nuovi, ben colato, ben fuso, ben pesato e con la loro marca e il loro stemma bene impressi. Ma le vicende ordinarie, i particolari comuni, la materialità della vita insomma, così varia e complessa, non contraddicono poi aspramente tutte queste semplificazioni ideali e artificiose? non costringono ad azioni, non ispirano pensieri e sentimenti contrarii a tutta quella logica armoniosa dei fatti e dei caratteri concepiti dagli scrittori? E l’impreveduto che è nella vita? e l’abisso che è nelle anime? Perdio, non mi sento io guizzar dentro, spesso, pensieri strani, quasi lampi di follia, pensieri inconseguenti, inconfessabili, come sorti da un’anima diversa da quella che normalmente mi riconosco? E quante occasioni imprevedute, imprevedibili occorrono nella vita, ganci improvvisi che arraffano le anime in un momento fugace, di grettezza o di generosità, in un momento nobile o vergognoso, e le tengon poi sospese o sull’altare o alla gogna per l’intera esistenza, come se questa fosse tutta assommata in quel momento solo, d’ebbrezza passeggera o d’incosciente abbandono?… L’arte, signori miei, ha l’ufficio di rendere immobili le anime, di fissar la vita in un momento o in varii momenti determinati: la statua in un gesto, il paesaggio in un aspetto temporaneo immutabile. Ma che tortura! E la perpetua mobilità degli aspetti successivi? e la fusione continua in cui le anime si trovano? –

Così parlo ai miei signori personaggi. Ma sì! Come se parlassi al muro.

E allora, per levarmeli di torno, per sfuggire al loro muto assedio opprimente, mi sobbarco a dar loro ascolto.

Ah che canaglia! dopo che io ho dato loro il mio sangue, la mia vita, e ho sentito come miei i loro dolori, le loro sventure, – sissignori! – appena usciti dal mio studio, vanno dicendo per il mondo che io sono uno scrittore beffardo, che invece di far piangere la gente su le loro miserie la faccio ridere, ecc. ecc.

Non possono soffrire, soprattutto, la descrizione minuta che io faccio di certi loro difettucci fisici o morali. Vorrebbero essere tutti belli, i miei signori personaggi, e moralmente inammendabili. Miseri sì, ma belli. Vedete un po’!

Veniamo all’udienza.

Fa da usciere una mia servetta, la quale, quantunque vesta sempre di nero e legga – quando può – libri di filosofia (tutti i gusti son gusti!), ride spesso a scatti come una pazzerella. Oh, certe risate che paiono capriole di monellaccio innanzi alle fanfare. Per il caso che qualcuno volesse saperlo. la mia servetta si chiama Fantasia.

Ho il sospetto che, per farmi stizza. vada lei furtivamente a cercare, a scovare tutti questi bei messeri che si presentano alle mie udienze.

E un’altra cosa. Le ho detto e ripetuto mille volte che me li introduca nello studio a uno a uno. Nossignori! Tutti insieme, a frotta; cosicché io non so a chi debba prima dare ascolto.

Oggi, per esempio, m’è saltato nello studio un ragazzotto a cavallo d’un bastone, che s’è messo a fare il diavolo a quattro, ridendo, correndo, gridando, rovesciandomi tutte le seggiole.

– Fantasia! Fantasia! – gridò.

Entra una vecchia bonne inglese, magra, asciutta, legnosa, vestita monacalmente di grigio, con gli occhiali d’oro a staffa e una cuffietta bianca su i capelli stopposi, e si mette a correre appresso al ragazzotto che le sguiscia dalle mani e non si lascia ghermire.

Intanto Fantasia mi susurra in un orecchio che quel ragazzo così vispo e allegro ha una storia ben dolorosa, che quel bastone su cui va a cavallo è dell’amante della madre, e non so che altro mi dica.

– Va bene! – le grido io. – Ma per adesso caccialo via! Come vuoi che badi a gli altri con lui qua dentro? E chi è quel vecchiaccio là, cieco, con tutta quella trucia addosso e la corona del rosario in mano? Caccialo via anche lui! e caccia anche via quelle tre ragazze allegre che gli stanno attorno.

– Zitto, per carità! Sono le figlie…

– Ebbene?

Egli non sa; non vede. È un sant’uomo; e le figlie… lì, in casa di lui (che casa, se vedessi!), mentr’egli recita il rosario…

Non voglio saperne! Via! via! Storie vecchie… Non ho tempo da perdere con costoro. Lasciami dare ascolto a questo signore qua, che almeno è ben vestito.

Il signore ben vestito – (per modo dl dire: ha un certo abito lungo, aperto davanti, a cui non si può dire che il sarto si sia dimenticato d’attaccare le falde) – mi sorride, s’inchina, si passa lievemente due dita su uno dei baffi incerati. Che baffi! Paiono due topi acquattati sotto il naso, con le code all’erta. Può avere da quarant’anni: tacchinotto, bruno, calvo, con occhi nerissimi, foschi accostati al naso vigoroso. (Pretenderà d’esser dipinto bello anche lui!).

– S’accomodi, – gli dico. – Non si tocchi i baffi, per carità; non se li guasti; se no, glieli levo. Stabiliamo, prima di tutto, il nome. Come si vuol chiamare lei?

– Io, Leandro, se non le dispiace, ai suoi comandi, – mi risponde con una vocina di ragnatele, alzandosi e inchinandosi di nuovo.

– E di cognome, se non le dispiace, Scoto.

– Leandro Scoto? Vediamo un po’: si metta più in là… così, basta… ora si giri… Sì, mi pare che il nome le quadri. Leandro Scoto, va bene.

– E dottore? – soggiunge timidamente l’ometto con un altro sorriso. – Se non le dispiace, vorrei esser dottore.

– Dottore in che? – gli domando, squadrandolo.

E lui:

– Se non le dispiace…

Non ne posso più: scatto:

– E la finisca una buona volta con codesto se non le dispiace! Dica pure…

– Ecco, allora, se mi permette, – replica egli, guardandosi mortificato le unghie d’una mano, lunghe e ben coltivate, – dottore in iscienze fisiche e matematiche.

– Uhm, – faccio io. – Mi pare che lei abbia piuttosto l’aria d’un notajo di provincia, d’un capo-archivista. Ma passi. Dunque si dice: Leandro Scoto, dottore in scienze fisiche e matematiche. Lei ha un libro con sè? Che libro è? Venga avanti.

Il dottor Leandro Scoto mi s’avvicina e mi porge con una certa titubanza il libro.

– È inglese, – mi dice con gli occhi bassi. Un libro del Leadbeater.

Il teosofo? – grido io. – Ah, non voglio saperne, sa! Via, via! Se lei viene per esser preso in considerazione con codesti titoli, se ne può pure andare. Ho già messo un teosofo in un mio romanzo, e basta. So io quanto ho dovuto faticare per non farlo parer nojoso! Basta, basta.

– No, dicevo… – arrischia con uno sguardo supplichevole il dottor Leandro Scoto.

– Le dico basta! – torno a gridargli in tono perentorio. – Mi faccio meraviglia, che un dottore in iscienze fisiche e matematiche, come lei pretende di essere, uomo serio dunque, si occupi di siffatte sciocchezze senza costrutto.

Profondamente amareggiato, il dottor Leandro Scoto si rimette in piedi per la terza volta e per la terza volta s’inchina, con una mano sul petto.

– Mi perdoni, – dice. – Se Lei non vuol sapere di me, io me ne posso anche andare: sparire! Ma non mi giudichi così superficialmente. Non sono un teosofo, io. Tutti, oggi, sentiamo un bisogno angoscioso di credere in qualche cosa. Un’illusione ci è assolutamente necessaria, e la scienza, Lei lo sa bene, non ce la può dare. Così, ho letto anch’io qualche libro di teosofia. Ne ho riso, creda. Oh, aberrazioni, aberrazioni… Pure, guardi: in questo libro ho trovato un passo curiosissimo, una certa idea che mi pare abbia un qualche fondamento di verità e possa interessarla moltissimo. Permette?

Mi si pone a sedere accanto, apre il libro a pagina 104 e si mette a leggere, traducendo correntemente dall’inglese:

– «Abbiamo detto che l’essenza elementale che ne circonda da ogni parte è singolarmente soggetta, in tutte le sue varietà, all’azione del pensiero umano. Abbiamo descritto ciò che produce su essa il passaggio del minimo pensiero errante, cioè a dire la formazione subitanea d’una nubecola diafana, dalle forme di continuo mobili e cangianti. Ora diremo ciò che avviene allorchè lo spirito umano esprime positivamente un pensiero o un desiderio ben netto. Il pensiero assume essenza plastica, si tuffa per così dire in essa e vi si modera istantaneamente sotto forma d’un essere vivente, che ha un’apparenza che prende qualità dal pensiero stesso, e quest’essere, appena formato, non è più per nulla sotto il controllo del suo creatore, ma gode d’una vita propria la cui durata è relativa all’intensità del pensiero e del desiderio che l’hanno generato: dura, infatti, a seconda della forza del pensiero che ne tiene aggruppate le parti. »

Il dottor Leandro Scoto chiude il libro e mi guarda:

– Ebbene, soggiunge, – nessuno meglio di Lei può sapere che questo è vero. Ed io, per quanto ancora non sia libero e indipendente da Lei, ne sono la prova. Ne sono una prova tutti i personaggi creati dall’arte. Alcuni han pur troppo vita efimera, altri immortale. Vita vera, più vera della reale, sto per dire! Angelica Rodomonte, Shylock, Amleto, Giulietta, Don Chisciotte, Manon Lescaut, Don Abbondio, Tartarin: non vivono d’una vita indistruttibile, d’una vita indipendente ormai dai loro autori?

Io guardo a mia volta il dottor Leandro Scoto che mi si dimostra così erudito e gli domando:

– Scusi, dove vuole arrivare con codesta dissertazione teosofico-estetica?

– Alla vita! – esclama lui, allora, con un gesto melodrammatico. – Io voglio vivere, ho una gran voglia di vivere per la mia e per l’altrui felicità. Mi faccia vivere, signore! mi faccia viver bene, la prego: ho buon cuore, guardi! un discreto ingegno, oneste intenzioni, parchi desiderii; merito fortuna. Mi dia, la prego, un’esistenza imperitura.

Non posso soffrire la gente presuntuosa. Gli figgo gli occhi negli occhi, poi gli guardo i piedi quasi per allontanarlo, e gli dico:

– Ma via, tu, dottorino, sul serio? Che hai tu in te da rimanere immortale?

– Ah, non presumo, non presumo, – s’affretta a rispondermi, tirandosi indietro con le mani sul petto, il dottor Leandro Scoto. – Scusi, non deve dipendere da me, deve dipendere da Lei. Io posso benissimo essere magari uno scemo, che c’entra! consideri per citare un esempio, che Don Abbondio, santo Dio, che è? un pretucolo di villaggio, un’animella spaventata, e sissignori! che bella fortuna ha avuto quello là! Vive eterno! Ecco, mi faccia commettere magari qualche grossa bestialità: affrontare la morte, putacaso, per salvare un mio simile, beneficare un amico per averne gratitudine, mi faccia financo prender moglie, che debbo dirle? con la lusinga di viver contento e in pace; ma non mi abbandoni, per carità! mi dia vita, si serva di me! Creda pure che in me, ad approfondirmi bene, Lei troverebbe la stoffa per un capolavoro.

Auff! Non mi so più reggere. Balzo in piedi.

– Caro dottor Leandro Scoto, – gli dico, – senta: per il capolavoro ripassi domani.


1906

Incluído na obra Novelle estravaganti (1922)



Personagens

Tradução de Maurício Santana Dias



Hoje, audiência.


Recebo das nove às doze, em meu escritório, os senhores personagens de minhas futuras novelas.


Cada tipo!


Não sei por que todos os descontentes da vida, todos os traídos pela sorte, os enganados, os desiludidos e os quase doidos vêm procurar justo a mim. Se os tratasse bem, eu até entenderia. Mas frequentemente eu os trato feitos cachorros; e eles sabem que não me contento facilmente, que sou cruelmente curioso, que não me deixo levar por aparências nem me impressiono com conversa fiada. Pelo amor de Deus, a alguns peço até provas, testemunhos e documentos. No entanto...


Mas todos têm ou pensam ter (o que dá no mesmo) uma miséria peculiar que deve ser conhecida, e então vêm, petulantes, mendigar a mim voz e vida.


– Com que propósito? – digo a eles. Já somos muitos aqui, neste mundaréu real, a reclamar o direito à vida, meus caros, a uma vida que talvez pudesse ser fácil (inútil como é, e bem estúpida), em que nós, com zelo aguerrido, não a tornássemos cada vez mais difícil dia a dia, complicando-a terrivelmente (e talvez justamente para esconder aos nossos próprios olhos seu estúpido e horrível vazio) com invenções e descobertas mirabolantes, que têm até a pretensão de torná-la mais fácil e mais cômoda. Meus senhores, vocês têm a sorte de serem sombras vãs. Por que querem tanto assumir uma vida, e ainda às minhas custas? E que vida? De pobres inquilinos de um mundo mais vazio; mundinho de papel onde, lhes asseguro, não vale a pena morar. Vejam: tudo neste mundo de papel é engendrado, estruturado e adaptado segundo os fins a que o escritor, pequeno Pai Eterno, se propõe. Sem nenhum daqueles tantos obstáculos imprevistos que, na realidade, contrariam, limitam e deformam agradavelmente o caráter dos indivíduos e a vida. A natureza, sem ordem ao menos aparente, apinhada (sorte dela!) de contradições, está muito longe, acreditem, desses minúsculos mundos artificiais, em que todos os elementos se contêm mutuamente e mutuamente interagem. Vida concentrada, vida simplificada, sem realidade verdadeira. As ações que, na realidade autêntica, ressaltam um caráter não se destacam contra um fundo de experiências ordinárias e detalhes banais? Pois bem, os escritores não se servem disso, como se essas experiências, esses detalhes, não tivessem valor ou fossem inúteis. Na natureza, não encontramos o outro misturado com a terra? Pois bem, os escritores jogam fora a terra e apresentam o ouro em moedas raras, de metal puríssimo, bem fundido, bem pesado, com suas marcas e emblemas bem impressos. Mas as experiências ordinárias, os particulares comuns, em suma, a materialidade da vida tão variada e complexa não contradizem asperamente todas essas simplificações ideais e artificiosas? Não constrangem a ações, não inspiram pensamentos e sentimentos contrários a todos lógica harmoniosa dos fatos e dos caracteres concebidos pelos escritores? E o imprevisível que já na vida? E o abismo que há nas almas? Pelo amor de Deus, então eu não sinto que me correm por dentro, frequentemente, pensamentos estranhos, quase lampejos de loucura, pensamentos inconsequentes, inconfessáveis, quase saídos de uma alma diversa daquela que normalmente reconheço em mim? E quantas ocasiões imprevistas e imprevisíveis ocorrem na vida, quantos ganchos inesperados que arrastam as almas num momento fugaz, de mesquinharia ou generosidade, num momento nobre ou vergonhoso, e depois as mantêm suspensas sobre um altar ou um cadafalso por toda existência, como se esta se concentrasse inteira naquela único momento de embriaguez passageira ou de inconsciente abandono!... A arte, meus senhores, tem a tarefa de tornas as almas imóveis, de fixar a vida em um momento ou em vários momentos determinados: a estátua em um gesto, a paisagem em um aspecto instantâneo e imutável. Mas que tortura! E a perene mobilidade dos aspectos sucessivos? Ou a fusão contínua em que as almas se encontram?


Assim falo a meus distintos personagens. Sim! Como se falasse às paredes.


Em seguida, pra livrar-me de sua presença e escapar ao assédio mudo e oprimente, me resigno a escutá-los.


Ah, que canalhas! Depois de lhes dar meu sangue, minha vida, de sentir suas dores e desgraças como se fossem minhas, assim que saem do meu escritório vão dizendo pelo mundo – sim, senhores – que sou um escritor burlesco, que, em vez de fazer as pessoas chorarem por suas misérias, eu as faço rir etc, etc.


Não suportam particularmente a descrição minuciosa que faço de alguns defeitinhos físicos e morais. Todos queriam ser belos, esses meus personagens, e moralmente irreprocháveis. Miseráveis, sim, mas belos. Vejam só!


Vamos à audiência.


Uma criada minha serve de atendente e, ainda que sempre se vista de preto e leia – quando pode – livros de filosofia (todos os gostos são válidos), volta e meia gargalha como uma doida. Ah, risadas que parecem cambalhotas de um palhaço conduzindo uma fanfarra. Caso alguém se interesse em saber, minha criada se chama Fantasia.


Desconfio que ela, só para me irritar, saia furtivamente à procura desses grandes senhores que comparecem às minhas audiências.


Outra coisa: disse-lhe e repeti mil vezes que os faça entrar um a cada vez. Mas não! Entram todos juntos, em bandos; de modo que fico sem saber a quem ouvir primeiro.


Hoje, por exemplo, apareceu no escritório um meninote montado num cavalo-de-pau, que começou a fazer o diabo a quatro, rindo, correndo, gritando, derrubando as cadeiras da sala.


– Fantasia, Fantasia! – grito.


Entra uma velha bonne inglesa, magra, seca, rígida, vestida monacalmente de cinza, com pesados óculos de outro e uma touca branca sobre os cabelos esponjosos, e se põe a correr atrás do garoto que lhe escapa das mãos e não se deixa segurar.


Entretanto, Fantasia me sussurra num ouvido que aquele menino tão vivo e alegre tem uma história bem dolorosa para contar; e aquela bengala que ele monta a cavalo pertence ao amante da mãe; e não sei que mais.

– Tudo bem! – grito para ela. – Mas por enquanto mande-o embora! Como posso atender os outros com ele aqui dentro? E quem é aquele velho ali, cego, de aspecto miserável e coroa do rosário nas mãos? Expulse-o também! E também aquelas três jovens alegres que estão em volta dele.


– Mais baixo, por favor! São as filhas...


– E daí?


– Ele não sabe, não vê. É um santo homem; e as filhas... ali, na própria casa (que casa, meu Deus!), enquanto ele recita o rosário...


– Não quero saber! Fora! Fora! Histórias velhas... não tenho tempo a perder com eles. Deixe-me ouvir este senhor aqui, que pelo menos está bem-vestido.


O senhor bem-vestido (por assim dizer: tem uma roupa comprida, aberta na frente, e não se pode dizer que o alfaiate se esqueceu de forrá-la) sorri para mim, se inclina, passa levemente dois dedos sobre um dos bigodes engomados. Que bigodes! Parecem dois ratos entocados sob o nariz, com o rabo pra cima. Deve ter mais de quarenta anos: desengonçado, moreno, calvo, com olhos escuríssimos, foscos, colados ao nariz vigoroso. (Também vai querer que o pinte bonito!)


– Fique à vontade – lhe digo. – Mas não toque no bigode, por favor, não o estrague; senão terei de tirá-lo. Antes de tudo, vamos estabelecer o nome. Como o senhor quer se chamar?


– Eu? Leandro, se não lhe desagrada, às suas ordens – respondeu-me com uma vozinha de aranha, erguendo-se e inclinando-se de novo. – E o sobrenome, se não lhe desagrada, é Scoto.


– Leandro Scoto? Vejamos: vá um pouco para lá... isso... agora dê uma volta... Sim, me parece que o nome lhe cai bem. Leandro Scoto, de acordo.


– E doutor... – acrescentou timidamente o homenzinho com mais um sorriso – Se não lhe desagrada, gostaria de ser doutor.


– Doutor em quê? – lhe pergunto, enquadrando-o.


E ele:


– Se não lhe desagrada...


Não aguento mais e disparo:


– E vamos parar de uma vez com esse “se não lhe desagrada”! Pode falar.


– Então, se me permite – replica ele, perscrutando mortificado as unhas da mão, longas e bem-cuidadas –, doutor em ciências físicas e matemáticas.


– Humm – retruco. – Acho que o senhor está mais para escrivão de província, um arquivista-chefe. Mas pode ser. Então será: Leandro Scoto, doutor em ciências físicas e matemáticas. Que livro é esse que o senhor traz? Aproxime-se.


O doutor Leandro Scoto se aproxima e me estende o livro com certa relutância.


– É inglês – me diz com olhos baixos –, um livro de Leadbeater.


– O teósofo? – exclamo. – Ah, não quero saber disso! Vamos, vamos! Se o senhor pretende ser levado em consideração com esses títulos, melhor ir embora. Já coloquei um teósofo num dos meus romances, chega. Só eu sei quanto tive que suar para não o tornar tedioso! Chega, chega!


– Não, eu estava dizendo... – tenta com olhar suplicante o doutor Leandro Scoto.


– Já disse que chega! – grito de novo em tom peremptório. – Causa-me um espanto que um doutor em ciências físicas e matemáticas, portanto um homem sério, como o senhor pretende ser, se ocupe dessas tolices sem fundamento.


Profundamente amargurado, o doutor Leandro Scoto se pôs de pé inclinando-se pela terceira vez, com a mão no peito.


– Perdoe-me – diz ele. – Se o senhor não quer saber de mim, posso ir embora; desaparecer! Mas não me julgue tão superficialmente. Não sou um teósofo. Todos hoje sentimos uma angustiosa necessidade de acreditar em algo. Precisamos absolutamente de alguma ilusão; e a ciência, como o senhor bem sabe, não nos pode dar isso. Sendo, assim, também li alguns livros de teosofia. Achei-os engraçados, acredite. Oh, aberrações, aberrações... No entanto, veja: encontrei neste livro uma passagem curiosíssima, uma ideia que me parece ter algum fundamento de verdade e que talvez o interesse muitíssimo. Posso ler?


Senta-se ao meu lado; abre o livro na página cento e quatro e começa a leitura, traduzindo corretamente do inglês:


– “Dissemos que a essência elemental que circula por toda parte é singularmente sujeita, em todas as suas variedades, à ação do pensamento humano. Descrevemos o que nela produz a passagem do mínimo pensamento errante, ou seja, a formação súbita de uma pequena nuvem diáfana, de formas continuamente móveis e cambiantes. Agora diremos o que ocorre quando o espírito humano exprime positivamente um pensamento ou um desejo nítidos. O pensamento assume essência plástica, mergulha, por assim dizer, nela e aí se modela instantaneamente sob forma de um ser vivente, cuja aparência absorve as qualidades do próprio pensamento; e esse ser, tão logo formado, já não está absolutamente sob o controle de seu criador, mas goza de vida própria, cuja duração está relacionada à intensidade do pensamento e do desejo que o geraram; dura, com efeito, de acordo com a força do pensamento que mantém suas partes agrupadas”.


O doutor Leandro Scoto fecha o livro e me olha:


– Pois bem – acrescenta –, ninguém melhor do que o senhor para saber que isto é verdade. E eu, embora ainda não seja livre e independente do senhor, sou a prova disso; e são uma prova todos os personagens criados pela arte. Alguns infelizmente têm vida efêmera; outros, imortal. Vida verdadeira, mais verdadeira do que a real, eu diria. Angelica, Rodomonte, Shylock, Hamlet, Julieta, d. Quixote, Manon Lescaut, d. Abbondio, Tartarin; todos eles não vivem uma vida indestrutível, uma vida independente de seus autores?


Eu, por minha vez, olhos o doutor Leandro Scoto, que se mostra tão erudito, e pergunto:


– Desculpe, mas aonde quer chegar com essa dissertação teosófico-estética?


– À vida! – exclama ele, com um gesto melodramático. – Quero viver, tenho muita vontade de viver, para minha felicidade e a de todos. Faça-me viver, senhor! Faça-me viver bem, por favor: tenho bom coração, veja!, um razoável talento, intenções honestas, poucos desejos; mereço a sorte. Dê-me, por caridade, uma existência imortal.


Não suporto gente pretensiosa. Fixo-o olho no olho e então observo seus pés, quase para afastá-lo, e lhe digo:


– Mas você, doutorzinho, está falando sério? O que há em você que o faria imortal?


– Ah, não é orgulho, não é orgulho – apressa-se em responder o doutor Leandro Scoto, recuando com as mãos no peito. – Desculpe-me, isso não depende de mim, mas do senhor. Posso perfeitamente ser um tonto, e daí? Considere, só para citar um exemplo, que é d. Abbondio, meu Deus? Um padreco de vilarejo, uma alminha assustada, mas sim, senhor, que grande sorte ele teve! Vive eterno! Pronto, faça-me cometer quem sabe uma enorme façanha: enfrentar a morte suponhamos, para salvar um semelhante, ajudar um amigo para merecer sua gratidão, faça-me até me casar, sei lá, com a esperança de viver contente e em paz; mas não me abandone, por favor! Sirva-se de mim, me dê uma vida! Acredite: sondando-me bem o senhor achará matéria para uma obra-prima.


Ufa, não aguento mais. Dou um salto.


– Caro doutor Leandro Scoto – digo –, ouça: quanto à obra-prima, retorne amanhã.





Luigi Pirandello. 40 novelas de Luigi Pirandello. Seleção, tradução e prefácio Maurício Santana Dias. São Paulo: Companhia das Letras, 2008. p.346 – 352.



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